La vastità epica della presa per il c…lo

Banda ultralarga, investimenti in tecnologia, sistemi informatici, PA digitale, smaterializzazione, riconoscimento facciale, dati biometrici, privacy. Ci siamo quasi. E’ che da settimane io continuo a riempire manualmente l’ennesima fotocopia dell’ultima fotocopia con i miei dati personali e ad adagiarle in contenitori di plastica (“No lì, in quell’altro. No, al contrario. Nooo… a faccia in giù. Lo dico per lei, sa… la privacy”, true story).

Me li sottopongono enti che hanno nei loro sistemi tutti i miei dati personali (Comune, Regione, Camera di commercio, Azienda sanitaria), alcuni dei quali mi avevano anche dato una tessera con chip che contiene quegli stessi i miei dati che mi chiedono di scrivere ogni volta che devo entrare a fare qualcosa. E quindi capita che oltre a nome, data di nascita, ecc., debba riportare manualmente persino il numero della carta identità elettronica.

L’ultimo ad aggiungersi a questa ridicola comitiva retrograda, fatto pregno di simbolismo, è l’Euroscience open forum 2020. Dove si parla di tecnologia (quantum computing, sostenibilità, pianeta Blu). E scienza, sai… il Covid.

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Covid-19, un dono (letale) dal cielo a un’umanità persa

Un dono dal cielo. Un segno divino, della provvidenza, di qualcosa di più grande. E’ sembrato un po’ così ‘sto coronavirus in un primo momento, quando ci ha fermati, bloccati in casa, interrompendo un’umanità persa, rassegnata, indaffarata, distratta, disumanizzata. Costringendoci tutti a guardarci dentro, a ragionare su cosa stiamo facendo e cosa per noi conta davvero.

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Era di nuovo accanto a me, sul muretto delle scale, con il suo sguardo curioso che sembrava sempre dire “e adesso che si fa?”. Una ragazza di cui mi ero follemente innamorato durante gli ultimi giorni di un pallido inverno. Pallido come il suo giubbotto imbottito di nylon azzurro. Giorni in cui insieme abbiamo imparato a fumare le prime sigarette, con la sua voce squillate che improvvisamente si faceva più profonda. E poi a tossire. Giorni in cui ero pronto a fare di tutto. Tranne dirle il mio amore. Ero già un tordo senza speranza.

Ed eccola nuovamente qui, uguale. “E adesso che si fa?”, sempre lei con lo sguardo. No, questa volta non mi lascerò sfuggire l’occasione, di far scattare la primavera, con le farfalle, i fiori, i freddi profumi. Il tabacco (tra l’altro di pessima qualità). Le seconde occasioni sono sempre le ultime, questo ho imparato in questi anni. Le prendo la mano lentamente. La sua ha un tic, ma si ferma subito, si lascia prendere. Come per dire “e adesso che si fa?”. “Senti”, le dico trovando il suo sguardo che già sapeva tutto. Ma il rituale va portato a termine, e stranamente le parole nella mia testa sono pronte, allineate e coperte. “Senti. Tu mi pi…”. “PI-PI-PI-PI-PI!!! PI-PI-PI-PI-PI!!! PI-PI-PI-PI-PI!!!”, e mi ritrovo sbavato sul cuscino proprio nel momento più… cavolo!

Ora, io non sono un complottaro, complottomane o che ne so. Però ditemi voi se è o non è questo un chiaro caso di sveglia a orologeria!

GIORNATA MONDIALE DEGLI OCEANI

Cambiamo il nome al Pianeta. Chiamiamolo Mare (per un anno)

La superficie del nostro Pianeta è per il 72% acqua. Ma lo chiamiamo Terra. Perché noi ci viviamo sulla terra, e navighiamo sul mare per raggiungere altre terre. Per millenni la superficie del mare era tutto ciò che sapevamo del 72% del nostro mondo. Ora le cose stanno cambiando.

Lo sfruttamento di questa risorsa sta diventando sempre più insostenibile, e contemporaneamente stiamo scoprendo quanto sia in realtà importante per la nostra sopravvivenza. Il mare ci dà il 50% di ossigeno, è la fonte del ciclo di acqua potabile, fonte di cibo. In pratica siamo nel suo ecosistema anche se viviamo sull’Himalaya o nel mezzo del Sahara. Ma con i tempi dell’umanità, la presa di coscienza arriverebbe un paio di minuti DOPO la nostra stessa estinzione.

Ecco la proposta: cambiamo il nome al nostro Pianeta, chiamiamolo Mare. Ma solo per un anno.

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GIORNO 4 – Se non mi ammazza il coronavirus, mi ammazzerà ‘sto patriottismo forzato a reti unificate. Tanto svanisce appena si varca la soglia di casa.

Per ‘sta roba di fare il flash-mob “musicale” sui balconi… c’è la mia vicina di casa che sta battendo con una bottiglia vuota di vodka: penso sia lo spirito giusto :)

P.S. programma per il fine settimana: fare schifo sul divano

GIORNO 2 – Certo che starmene a casa e vedermi su ogni singolo display, ogni 7,3 secondi, qualcuno che continua a dirmi di starmene a casa, un po’ comincia a farmi girare gli zebedei.

Non è né coprifuoco, né quarantena generale (ancora)… e se uno senza sintomi in solitaria vuole andare a raccogliere asparagi, si può fare. Relax & Netflix. Stay a cas & don’t cagg the cats agl altry.

P.S. dal Giorno 4: lo “staiacasismo” era appena iniziato… #staiacasa #staisulcazzo

Sulla libertà di parola

Notte inoltrata, un ragazzo sulla trentina abbastanza muscoloso passeggia con il cane, un incrocio tra boxer e qualcosa di più elegante. Il marciapiede deserto corre tra le macchine parcheggiate e le palazzine di un quartiere poco curato. Degrado che la debole luce gialla dell’illuminazione pubblica nasconde un po’.

Il cane si ferma sull’angolo di un laboratorio di unghie chiuso da chissà quanto, annusa un po’, e fa una pisciatina. Il ragazzone estrae dalla tasca posteriore dei jeans una bottiglietta verde con acqua e qualche detergente, e lo versa su dove il cane ha bagnato. Civiltà! Proseguono. Cinque-sei metri, e il cane nuovamente si ferma, e con lui il padrone, attratto questa volta dall’armadietto grigio della Telecom.

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