Outrospezione

Corsa in piazza Unità. I lavoratori sindacalizzati protestano. Facce cupe che avrebbero bisogno di un caffè, e invece reggono bandiere. Non so se veramente sanno di quanto rischiano di perdere, ma non importa: loro sono lì anche per quelli che se ne fregano.

Corsa in Provincia, passando per un quartiere decadente. Il degrado si legge anche negli sguardi deformi della gente che vive nella zona. Forse anche io sono deforme ai loro occhi. Penso al giornalismo, al mio lavoro. A cosa serve, cosa è, cosa promette e cosa mantiene. E’ veramente questo che sto facendo? Perché tutti noi, lavoratori, giornalisti, gente per strada, abbiamo quegli sguardi pieni di un sordo dolore? Un malessere incurabile che rimbalza tra le occhiate

E’ sera, torno a casa a piedi. Se esiste l’inferno, assomiglia a Trieste alle 20.05: anime che si sfiorano ignorandosi, ognuna attratta verso il proprio angolino di buio. Vicino al Maggiore vedo una signora accompagnata dal marito intenta a sfamare e sistemare la casetta di un gruppo di gatti in un cespuglio. L’insopprimibile necessità di sentirsi utile a un essere vivente, anche se questo è un gatto randagio che mai sarà riconoscente, e mangerà quel cibo in totale menefreghismo.

Una donna esce zoppicando dal pronto soccorso, ha le palpebre gonfie. “Majda ti amo!” afferma un muro poco lontano. Gli autobus scaricano e caricano le ultime anime. Qualcuno mangia un gelato, qualcuno ride, qualcuno no. Questa città non ha senso. E neppure tutto questo tempo.

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