CRONACA NERA (racconto)

– L’appuntamento dovrebbe essere verso le 15.30. Ti chiamo un quarto d’ora prima per confermare. Ti basta?
– Sì, va bene. A tra poco. Ciao!

La chiamata arrivò puntuale, proprio come c’era da aspettarsi quando a dirigere la redazione era Maya. Edmond aveva abbastanza tempo per finire di lavare i piatti, poi prese la giacca, mise l’agenda nella borsa e si diresse a lavoro.

Un po’ gli seccava doversi occupare di cronaca nera, proprio il giorno in cui doveva essere libero, ma guadagnare qualche soldino in più non gli faceva schifo. Era un periodo di magra. Arrivò in redazione con cinque minuti di anticipo. L’operatore non era ancora pronto, quindi poté andare a prendere un caffè al bar lì vicino. Faceva freddo e c’era una gran umidità.

Tornò verso la redazione e risalendo le scale indossò un paio di guanti. Glie li aveva regalati pochi giorni fa una collega, e non li aveva mai indossati. Mentre salendo i gradini sfiorava il corrimano con il cuoio, incrociò alcuni tecnici e colleghi giornalisti che scendevano a fumare. Parlavano, ridevano ad alta voce e gli passarono accanto senza guardarlo né salutarlo, come se fosse invisibile. Anche una volta varcata la pesante porta tagliafuoco dell’entrata, le persone continuavano a fare il loro lavoro, scansandosi senza guardarlo, come se non esistesse. Per un attimo pensò che quei guanti gli avessero donato il potere dell’invisibilità.

Si avvicinò al bancone della reception senza salutare la segretaria, la quale si avvicino senza guardarlo, gli porse le chiavi e l’autorizzazione per l’automobile aziendale, con la quale doveva uscire tra poco, e tirò un grosso cassetto lasciandolo aperto alla portata di Edmond. Si girò, sempre senza guardarlo, e torno alle sue faccende in segreteria.

Mentre Edmond stava osservando il contenuto del cassetto, sentì alle sue spalle chiudersi la porta dell’ufficio dell’editore. Poggiò la borsa sul bancone, ripiegò l’autorizzazione e la mise in tasca insieme alla chiave, poi infilò la mano e prese l’arnese dal cassetto. Si voltò e in una frazione di secondo si trovava dentro l’ufficio dell’editore, che era seduto sulla sua poltrona con davanti la sua odiosa vice e accanto il suo cane nevrotico.

Tirò il cane e alzò l’arnese. Era un po’ sbilanciato in avanti a causa del grande silenziatore. Sbuffò una volta, poi altre tre. Il cane tremava e abbaiava, ma senza emettere neppure un filo di voce. Mise l’arnese nella mano della vice e uscì dalla stanza. Si sfilò i guanti e li ripose nel grande cassetto dietro la reception. La segretaria lo richiuse.

– Se sei pronto, possiamo andare – disse l’operatore uscendo dalla regia con in mano la telecamera.
– Un attimo che lascio la borsa in redazione! – rispose Edmond, e prese la direzione della redazione, dove scambiò i saluti con i colleghi.
– Ciao Edmond. Ancora qui? Mancano cinque minuti alla conferenza stampa! – si fece avanti Maya, porgendo l’invito del WWF – E di’ all’operatore che deve fare anche le immagini del centro chiuso per il servizio della Sara e di farne tante che forse serviranno anche per domani. Ciaoooo!
– Ok, ciao!

L’allarme venne lanciato verso sera, quando il cane dell’editore si mise ad abbaiare e graffiare la porta. La scena fu scoperta dalla segretaria che rimase di sasso. Arrivarono poi i tecnici e i giornalisti. Chiamarono la polizia.

A occhio si trattava di un omicidio-suicidio. La vice che quel pomeriggio era stata cercata al telefono da diverse persone, forse avrebbe deciso di porre fine a un periodo di forte stress. Nei giorni successivi la polizia sentì tutti i dipendenti e collaboratori, e alcuni familiari della vice. Tutti concordavano che era un po’ strana, a tratti folle, e sotto pressione da molto tempo, ma mai si pensava che potesse fare una cosa del genere. Pochi giorni dopo il Gip confermò la versione iniziale: era omicidio-suicidio. Che tragedia. (fine)

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