International Airport

Istanbul è veramente un aeroporto internazionale. A cavallo tra Europa e Asia, ogni giorno è una casa momentanea per migliaia e migliaia di persone di ogni tipo, origine e cultura. E qui convivono tutti in pace.

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La tolleranza in un aeroporto internazionale di questo tipo è una modalità di pensiero che ti viene spontanea. Improvvisamente migliaia di persone si trovano a camminare, mangiare insieme, seduti spalla a spalla, girare curiosi nei duty free. La cortesia è parente della discrezione, la gestualità pubblica ridotta al minimo. Tutti sono qui per lo stesso motivo, e una stessa casa ci accoglie e ci unisce solo grazie a questo hic et nunc, mentre la mente di ciascuno rimane fluttuante su una sua particolare direttrice provenienza-destinazione. Eppure tutta questa gente, così diversa, sembra semplicemente gente comune… gente del non-luogo. E io mi sento uno di loro, per nulla speciale o particolare. Questo si pensa quando hai 6 ore di attesa tra un volo e l’altro, e rimani in ostaggio del transito, costretto a uccidere il tempo (o essere ucciso) guardando i fortunati che continuano verso la propria meta.

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