Come mangeremo domani?

Non è un post dedicato all’alimentazione, né al food-blogging / food-porn. Qua si parla di lavoro!

robots

C’è una prospettiva drammatica che i migliori ideologi e filosofi contemporanei ignorano. O sono maestri indiscutibili su vecchi paradigmi (capitale-forza lavoro), declinati nelle scintillanti varianti post-moderniste che piacciono tanto agli editori e editorialisti; o fanno finta di ignorare il problema, nella speranza di tirare le cuoia prima del patatrac.

Si tratta di un tema in confronto a cui la Riforma Fornero e il Jobs Act renziano sono pari alla storia del fantasma formaggino. E’ questo: manca i lavoro, quindi mancano le fonti di reddito; che se magnamo stasera?

La mia (e non solo mia) impressione è che la crisi economica che ci ha segato le gambe non sia temporanea. Come in un matrimonio, la crisi può durare 1-2 anni, poi ci si ripiglia o ci si lascia. Ma dopo 7 anni vuol dire che si è trovato un modo nuovo per andare avanti. Quindi credo che già abbiamo intrapreso — ora un po’ più velocemente — una strada già inevitabile: la fine del lavoro.

Jeremy Rifkin ha affrontato già questo argomento 20 anni fa!!! Purtroppo i suoi libri, come i libri di molti altri pensatori contemporanei (molti bollati come no-global), attraversano il piano cartesiano editore (x) – lettore (y), al pari della raccolta delle ricette di Benedetta Parodi, o dei manuali della “dieta della banana”.

Libri che nel ‘800 avrebbero avuto la forza di ribaltare la società (e sinceramente superiori a Marx, Bakunin e compagnia cantante), oggi — nell’era della comunicazione globale — mancano completamente della 3a dimensione (z): l’elaborazione politica. (Sono mancati evidentemente gli stessi soggetti politici che dovrebbero elaborare).

Tornando al problema, il lavoro ancora oggi è il primo strumento per ottenere denaro, che ci permette di abitar, mangiare, crescere ed educare figli, divertirci. Grazie al lavoro=denaro possiamo essere consumatori-produttori in una società che si basa principalmente sul consumo e la produzione. Siamo ingranaggi di un meccanismo.

Ma la tecnologia sta automatizzando il processo di produzione. E’ un’evoluzione ovvia e logica. Droni-robot — che lavorano 24/7, non mangiano, non vanno in bagno, non si ammalano, non protestano, non delinquono, non pretendono lo stipendio, e non mille altre cose — sostituiscono sempre di più i cittadini nella componente “produttore”. Alle persone in carne e ossa rimane unicamente quella di “consumatore”. Ma come si consuma se non si guadagna?

Rifkin ipotizza lavori di pubblica utilità, nel sociale, nell’educazione. Ma anche lì sono sempre di meno le mansioni che non è possibile affidare a un robot più economico, efficace e meno brontolone.

Nella finanza, poi, le speculazioni di borsa, e persino la produzione di valore (bitcoin) sono tutti mansioni già svolte da computer. Potremmo dire “ma chi li programma i computer?”, purtroppo la risposta sarà presto “i computer si programmano da sé”. Non solo, ma già oggi ci scrivono le notizie, ci leggono i libri, decidono gusti e mode, producono arte e intrattenimento, ci guidano il taxi, ci uccidono i nemici, ecc.

Ogni “uscita” dalla crisi ha poi prodotto una nuova ondata di innovazione tecnologica, che non fa altro che alzare il livello dell’automazione/robotizzazione del lavoro.

Ecco la domanda a tutti quei hypster esperti di marxismo e Woody Allen, alla “sinistra radicale” che vede in Syriza la luce, agli amici anarchici tanto innamorati di dogmi utopici (la destra neppure la considero), agli abbracciatori di alberi che ululano contro il capitalismo “neo-liberale”. Voi che sapete tutto sulle Rivoluzioni, come ci guadagneremo il pane in una società dove il lavoro umano non è più richiesto; dove solo i proprietari degli impianti automatizzati godono della ricchezza prodotta dalle macchine (senza quel sfruttamento dell’uomo sull’uomo – tanto odiato da tutti noi)?

Non è una provocazione, è una preoccupazione! La fantascienza ha ipotizzato ogni genere di società futura: distopica (neo-schiavismo, neo-segregazione, iper-collettivismo), utopica (Star Trek: replicatori di cibo e assenza di denaro), o analoga (Star Wars, Blade Runner). Ma nessuna sembra realizzabile partendo dalla situazione in cui viviamo.

Intanto la moria del lavoro procede. Cinque anni fa ci si lamentava della “Generazione 1000 euro”, di come non avesse futuro. Oggi il precario medio, pettinato e laureato, i 1000 euro se li sogna. Domani probabilmente qualcuno vorrà mettere la firma pur di fare il precario a 400 euro.

6 pensieri su “Come mangeremo domani?

  1. In effetti è un problema di cui scriveva anche Bookchin negli anni 60 (Post-Scarcity Anarchism). Però già allora ha avuto problemi a convincere gli anarchici vecchi e tradizionali(sti), mentre i giovani, missà, “si facevano” troppo all’epoca per riuscire veramente a trarne lezione… D’altro canto, il “proffessioriato marxista”, come Bookchin usava chiamarlo, tendeva a discreditarlo per la su propensione libertaria. Ed eccoci qua, che non volevamo dare ascolto ai “profeti”.

    Comunque, quella di Bookchin, secondo me, è una teoria rilevante, perché praticamente spiega che le strutture gerarchice della società e dell’economia sono state sviluppate in un contesto e a causa di scarsità dei beni: non si poteva sfamare tutti, ciò rendeva la gente concorrente al cibo e altri beni materiali, e così poco a poco si crearono le strutture autoritarie (per dirla cortissima).
    Durante il Novecento però, la forte industrializzazione e la società dei consumi hanno effettivamente, più o meno, eliminato la scarsità dei beni materiali. Sia il prodotto annuale che lo sviluppo tecnologico sono più o meno al livello da poter sfamare tutti, senza neanche dover lavorare più di tanto (come hai notato anche te), però di società del benessere non si vede niente… Infatti, c’è gente che ruba o mendica per poter mangiare, mentre i supermercati ogni giorno buttano via tonnellate di cibo andate a male. Ovviamente qualcosa non quandra, ed è appunto la struttura sociale ed economica che è rimasta sempre quella dai tempi della scarsità, che a questo punto non è soltanto non-etica, ma anche, e più importantemente, non-funzionante. Infatti, c’è meno bisogno di lavoro, e meno lavoro si offre, però si continua a chiedere gli stessi soldi per gli stessi beni, ma per avere i soldi, uno deve lavorare… e ovviamente i conti non possono tornare. Ed è appunto qui che la proposta eco-anarco-comunista torna più rilevante che mai. Tuttavia, allo stesso tempo, ci manca il soggetto politico collettivo che la avanzerebbe… Ed è un guaio.

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  2. condivido il pessimismo e penso anch’io che la crisi economico-sociale durerà ancora a lungo. Però piuttosto che vedere le cause nell’avvento delle macchine (che tolgono lavoro ma ne creano allo stesso tempo), è l’aumento delle disugualianze tra un piccolo ceto di persone e tutto il resto del mondo sempre più povero.
    Quindi la lotta futura sarà nella ridistribuzione della ricchezza, una lotta socio-economica che dovrà cambiare radicalmente le regole dell’economia mondiale.

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  3. @FlavioTS, esatto! Ma la ridistribuzione non avverrà più come sinora, dai capitalisti-sfruttatori ai lavoratori-sfruttati (produttori). Con l’automazione la ricchezza viene prodotta dalle macchine, proprietà dei capitalisti.
    Quindi come si ridistribuisce la ricchezza dai capitalisti-produttori ai disoccupati-non_sfruttati?

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  4. @Miloz: in effetti non hai tutti i torti. Chi dovrebbe controllare secondo te che il capitalista restituisca il dovuto alla comunità?

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