Il nostro social-presente iconico che ci maschera

Mostriamo, ostentiamo invece di raccontare. E’ l’abitudine — temporanea come tutte le mode — che ci stiamo costruendo con i social network.

Prendo come esempio Facebook, Instagram e Twitter, come i più rappresentativi delle rispettive categorie. Le foto e i post che pubblichiamo mostrano: quanto siamo felici, belli, intelligenti, quanto ci divertiamo, quanti simpatici amici abbiamo, quanto è BELLO ciò che stiamo mangiando, fino a infilare sequenze di vere e proprie immagini-icona (accendino, orologio, lampione, finestra, tramonto, ecc…). Il modo in cui lo raccontiamo è quasi sempre preso dalla pubblicità: ci siamo formati lo sguardo sul mondo così!

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Esempio: food e fashion blogger stanno emulando le pagine delle riviste patinate; una ragazza che si fotografa in mutande, coperta con un enorme maglione di lana, seduta accovacciata sugli elementi di una cucina, mentre legge un libro con in mano una tazza… cosa sta citando? Il catalogo dell’IKEA.

Quelle di Instagram sono icone non molto distanti da quelle fantasiose che riempiono i desktop dei nostri computer. Tra l’altro piccole (rispetto alle capacità fotografiche odierne) e quadrate: non c’è molto spazio per il racconto. Prese singolarmente non significano molto (una tazza di caffè; forbici e nastro da regalo; un cup-cake; un selfie; il muso del nostro gatto che dorme), è la loro combinazione, la sequenza, che ha valore. Un bel profilo di Instagram ha valore se le foto (icone) sono tematicamente e cromaticamente coerenti. Che siano fiori, caramelle, tramonti, unghie o borse in cuoio. E anche se le foto sono coerenti, il tutto non forma un racconto, perché le immagini non vengono raggruppate secondo una logica (come si fa con gli album in Facebook o Flickr), ma semplicemente postate una dietro l’altra.

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Facebook invece ostenta il nostro STATUS. Mostriamo cose di noi, ma non ci raccontiamo. Sembra paradossale, ma è un modo molto limitato per rappresentarci. Anche se siamo paranoici quando si parla di privacy, FB è un ottimo strumento per nasconderci, dietro la maschera dello status.

Twitter è molto simile, ma ancora più limitato di FB. Con 140 battute possiamo ostentarvi, beh, qualche pensiero sagace nel migliore dei casi, qualche battuta divertente. Ma anche qui ci nascondiamo dietro una maschera. Il che spiega il fenomeno dei troll, haters, ecc: siamo tutti coraggiosi dietro la maschera.

Siamo diventati bravi, insomma, a costruire e usare icone al posto di racconti. I meme rientrano in questa funzione. Ci sono ottime ragioni per questo, legate allo strumento che usiamo (internet, smartphone): è semplice, veloce, facilmente condivisibile e digeribile. Dal lato della fruizione piace perché attorno a un’icona (una scatola di fiammiferi, tazza di tè con biscotti), ognuno di noi si costruisce una storia sua.

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Comunicare così è molto limitante, altro paradosso dell’era della comunicazione real-time. E’ come se, invece di pronunciare frasi dotate di senso, pronunciassimo solo sequenze di sostantivi.

— Buon giorno, scusi. Mi saprebbe indicare dove trovo un bancomat?
— Panettiere. Lampione. Strada larga. Aiuola, fiori secchi, traffico. Semaforo rosso. Ruote, smog. Donna che mendica. Cane senza una zampa. Caffè bollente. Cavallo di bronzo. Gente che scende. Scolaresca. Insegna antica. Borse della spesa. Bancomat.
— Grazie, molto gentile!

E’ un modo di comunicare diffuso tra noi internet-dotati, a cui si è piegata anche la politica. Non passa giorno in cui Renzi non lancia una parola d’ordine sotto forma di hashtag: #facciamosulserio; #finitalafesta; #andiamoavanti; #ritmo; #lavoltabuona; #grilloescidaquestoblog. E’ l’evoluzione sul web del “Meno tasse per tutti” di Berlusconi.

Ma in questo modo viene sabotato il significato, e con lui la capacità di raccontare un’idea, una storia. Se ognuno può interpretare l’icona/hashtag, o la loro sequenza, secondo il proprio filtro/metro, non c’è più messaggio, quindi non c’è comunicazione. Ci stiamo felicemente trastullando con bellissime foto suggestive, che non dicono nulla.

Anche l’interazione con i nostri simili via social si è fatta iconica/atomica: like, repost, condividi, <3, :-). Ed eccoci, neuroni che reagiscono a stimoli, ma non distinguono tra i sensi; si scambiano impulsi, e non più idee, esperienze, conoscenze.

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