Violenza, l’ultimo tassello dei diritti della donna

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 – Attenzione –
argomentazione estrema, basata sull’idea di “darwinismo sociale” tenuta insieme con la gomma da masticare

Diritti delle donne, parità di genere, sono concetti di cui si discute sempre di più negli ultimi anni. Ma la situazione non è cambiata di molto. Rimane il fatto che i maschi sono sempre in posizione migliore delle donne. E tutti questi appelli sui diritti, alla fine, vengono indirizzati ai maschioni della società perché concedano la parità alle femmine.

Ma non è così che funziona. Un diritto concesso, è un diritto che può essere revocato in un secondo momento. Quando però un diritto viene preso o conquistato, guai a chi lo tocca!

Cosa quindi impedisce alle donne di prendersi i diritti e mantenerli? La violenza degli uomini (uso qui il termine ‘uomo’ in funzione di ‘maschio’). Come contrastare la violenza degli uomini? Beh… dopo 100 anni di attivismo politico, femminista, artistico, Monologhi della Vagina, commissioni parlamentari, conferenze internazionali, Ottomarzi, ecc., l’unica cosa che non si è provata è la violenza delle donne.

Attenzione con il concetto di violenza delle donne! Non sto parlando di follia cieca, attacchi terroristici, reazioni e vendette sanguinarie.

Pensiamo alla violenza degli uomini; quando e in che forma compare? Quando la donna inizia a volere la parità. La violenza contro la donna si manifesta progressivamente: si va dalla discriminazione nella vita quotidiana (perché la donna decide, guida, parla, pensa, respira, esiste); al mobbing sul posto di lavoro (paga minore, carriera bloccata, orari impossibili); al mobbing della famiglia (non cucina, non lava volentieri = cattiva moglie; si allontana da casa = cattiva madre); alla minaccia e l’aggressione fisica (del partner), fino all’uccisione (“femminicidio”… anche se il concetto sinceramente non mi batte pari).

La violenza degli uomini è, purtroppo, molto ragionata, dosata e mirata, perché è culturalmente instillata e definita, e deve rimanere culturalmente tollerata. Mentre solo nei casi estremi è impulsiva e irrazionale, supera il limite della legalità e viene sanzionata.

Ecco, anche le donne dovrebbero sviluppare una violenza delle donne, ragionata, dosata, mirata perché sia culturalmente tollerata, analogamente (e da contrapporre) a quella degli uomini. Questa violenza sarà lo strumento con il quale le donne si prenderanno i diritti che le separano dalla parità con l’uomo, che questi lo vogliano o no.

“Ma la violenza non fa parte della cultura e dell’essere delle donne!”
E chi lo dice? Un uomo, o una persona inquinata dalla cultura che discrimina le donne.

Mettiamola così… chi andrebbe in questo momento a dire alle donne curde dello YPJ, in armi contro l’ISIS, “Andate a casa dai vostri figli, la guerra la facciamo noi uomini!”?

Chiunque osasse tanto, probabilmente se ne tornerebbe a casa con qualche buco sulle chiappe. E imparerebbe che, dove le donne hanno il controllo della violenza (forza militare), come accade da anni nel Kurdistan, le donne godono dello stesso rispetto sociale degli uomini. Ed è una cultura che si tramanda da decenni a bambine e bambini.

Il controllo della violenza come strumento per conquistarsi l’accettazione sociale, non è un concetto nuovo. Nella storia dell’umanità è pressoché una costante. E’ un lemma della Legge della Giungla, dal punto di vista di chi non vuole essere mangiato. Gli antichi romani hanno sintetizzato il concetto in “Si vis pacem, para bellum”, che ancora oggi è il fondamento del pensiero strategico. Lo scontro di classe è stato il fondamento dell’azione sindacale nel ‘900, che ha conquistato per un certo periodo dei diritti ai lavoratori.

Anche gli esempi storici si sprecano.
Gli unni sono arrivati in Europa con il ferro e fuoco, mozzando qualche milione di teste, mettendo in ginocchio l’Impero Romano; poi l’Ungheria è diventata Impero, e oggi è un rispettato membro dell’Ue.
Rom e sinti sono arrivati in Europa 1000 anni fa, pacificamente; non hanno mai reclamato un territorio, mai avuto un esercito, mai dichiarato guerra ad alcuno, hanno sempre vissuto di espedienti e ai margini; sono sempre stati discriminati, maltrattati e sterminati; oggi sempre discriminati e maltrattati, da alcuni politici considerati “il cancro della società” (e la mafia? “è gente nostra!”), e nel cuore della nobilissima Ue non hanno alcun diritto UMANO.
Ebrei, se ne sono sempre stati zitti e buoni in Europa a farsi gli affari propri, senza reclamare territori, senza dichiarare guerra, discriminati, emarginati, occasionalmente sterminati; dal nazismo considerati “il cancro della società”; da quando hanno preso e deciso di difendere con la violenza un loro territorio – Israele – sono una nazione necessariamente rispettata (sebbene raramente amata).

Quindi, care donne, la violenza è l’unico tassello che vi manca. Una guerra di genere potrebbe essere l’unico strumento che vi rimane per raggiungere la parità con l’uomo. Una lotta che prevede la ribellione attiva e speculare alla violenza dell’uomo (discriminazione-discriminazione; minaccia-minaccia; sangue-sangue). Si urlerà allo scandalo, alla moria dei valori, allo sfascio sociale, ma finché non si accetterà l’escalation e finché l’uomo non sarà costretto al compromesso, nulla cambierà per le donne. E alla fine gli uomini cederanno, fidatevi, perché senza donne la società non va avanti.

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