“THE MARTIAN”. SOTTOTITOLO: “SOB!”

Premetto che il film è assolutamente da vedere. Ho visto cose peggiori, consapevolmente, e non mi pento di aver speso i soldi del biglietto per il cinema. Mi pento invece — a distanza di giorni — di aver affrontato il film con un pacchetto piccolo di M&M’s: non fate come me, o prendete il formato famiglia allargata, o niente.

Seconda premessa, Ridley Scott è autore di capolavori di fantascienza come “Blade Runner” e “Alien”, e di pellicole gustosissime come “Black Hawk Down” e “Prometheus”.

Poi cos’è successo? mi chiedo guardando i titoli di coda di “The Martian”. 

Perché una pellicola così lunga e lenta, che nonostante le colossali ellissi di mesi e anni, proprio non va avanti? Perché gli effetti visivi così poco curati, nonostante le capacità tecniche odierne? Errori “ottici”, come la messa a fuoco vicino, lo sfocato lontano, e nuovamente a fuoco lontanissimo. Perché il film vuole essere credibile, ma poi non cura la sua credibilità più immediata, quella visiva?

Ok. Posso perdonare, perché io sono sempre più interessato alla sostanza della storia, piuttosto che alla mera forma.

E la storia regge fino a circa un terzo del film. Precisamente fino alla scena in cui — alla NASA — due hanno improvvisamente bisogno di una mappa di Marte e sono costretti a correre nel ristorante e prendere una fotografia appesa sul muro, dove poi tirano delle linee con un pennarello. Cioè, alla NASA, che ha ORA in corso una decina di missioni, e nel film persino una con persone sul pianeta, non hanno una mappa di Marte? E neppure vanno su Google, ma si affidano alla foto in ristorante, facendo anche incazzare il cuoco della NASA. Questo, mi sa, è uno dei pochi elementi di fantascienza del film!

A un terzo del film, inoltre, il protagonista — un botanico — ha anche compiuto il miracolo: ha piantato delle patate in un miscuglio di terra marziana e cacca umana reidratata, ottenendo un orto marziano che gli permette di mangiare. E Ok. Ma tutto il resto del film?

Ma niente… fa luuunghe gite su Marte, a braccetto con un reattore nucleare, pianta pannelli solari come non ci fosse un domani, recupera e ripara vecchie sonde, riprogramma i computer, crea chat e manda selfie alla Terra… è circondato da computer modernissimi, ma nessuno, se non il terminale testuale di un veicolo, comunica con la Terra. Acqua e aria non gli mancano, ma niente Wi-Fi! Niente Internet!!! Io non ce l’avrei fatta.

E poi la “cazzata” che demolisce il film… non la storia, non la visione… proprio il prodotto industriale hollywoodiano: l’arrivo dei cinesi.

Scoppia un razzo di rifornimento, la NASA non ne ha altri (LA NASA NON NE HA ALTRI), e hanno bisogno di aiuto urgente. Chi? Gli alleati europei dell’ESA? Nooooo. I diffidenti cinesi, che cedono una loro tecnologia super-avanzatissima e segretissima per passare da buoni (perché poi nel film ci sono solo buoni, nessun cattivo, neppure un po’ egoista — secondo elemento di fantascienza!). Sob! Una cosa completamente inutile nella storia, indegna persino del film “2012”, ma che sembra serva unicamente per piazzare il film nelle sale cinesi. E Ok anche a questo.

Quello che mi perplime, all’uscita della sala, è che non c’è un messaggio. Non c’è storia. Il film non è neppure un “dimostratore di tecnologia”, non è innovativo, né controverso, né polemico, né giubilante, né avventuroso, né uno spot ideologico. Niente. E’ come se fosse stato realizzato meccanicamente da dei Minions svogliati perché non riescono a trovare il loro capo.

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