Da solo, al buio davanti al cartello “fuori servizio” appeso sulla mia coscienza di classe, cerco di capire come mai è così facile oggi sgomberare un “centro sociale”. Ne esistono ancora molti, sì. Eppure basta un soffio di manganello, una spintarella con lo scudo di plexiglas di un paio di poliziotti in vista della pensione, perché lo sgombero si concluda. A Bologna, poi.

La reazione autoritaria del potere costituito c’è sempre stata, e non mi pare che sia aumentata nei decenni, anzi. Cos’è successo, quindi? Dove sono le persone pronte a rispondere con forza uguale e contraria alla spinta che vuole cancellare i luoghi di autogestione, le zone temporaneamente autonome, la libertà di iniziativa sociale. Quei rimasti sono pochi e prendono le manganellate, oramai, per folclore. Non è una lotta, la loro: è un martirio senza la consolazione della santità.

E’ possibile che il tempo dei “centri sociali” sia oramai tramontato? Che siamo rimasti senza teorie praticabili, e che l’azione sia erosa da forme di “lotta” più impersonali e incorporee, come scaricare nel cesso dei social tonnellate di materiale propagandistico, memi, bufale e schifezze varie, raccogliendo “engagement” invece di partecipazione. Ma le meravigliose esperienze di cultura antagonista telematica degli anni 90 e primi 2000… evaporate? Siamo condannati al consumo e non alla creazione di libertà?

Me lo chiedo grattando con l’unghia sulla parete del mio edificio ideologico i resti di una sgangherata “A” cerchiata. Strano lichene: lo incontro spesso sui muri più vecchi.

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