I più grandi monologhi tedeschi iniziano con “Eine frage”
— miloz (2017)

Il tempo di capire che una persona sta cercando di comunicare con me, e la signora è già alla ristampa della seconda edizione. Dopo dodici minuti, in cui cercavo di interrompere la raffica agitando braccia, fogli e stracci bianchi in segno resa come un soldato francese inchiodato da una MG34, la signora, fortunatamente ignara della tecnica della respirazione circolare, fa per prendere aria. Piazzo un piede nella porta, e irrompo con uno spietato “Can you please explain in English?”. Panico, “Nein”.
Italiano? “Nein”.
Hrvatski, slovenski, česki? “Nein”.
Butto lì un temerario по русски. “Nein”.
中文? “Nein”.
JAVA, python? “Nein”.
Niente, deraglio la signora verso il mio collega di madrelingua tedesca, e torno a trascrivere le password del wifi. Che poi scoprirò essere nomi e cognomi di ospiti polacchi. (Cmq. con ‘grzeskiewicz’ mi ero connesso…).

Altri dodici minuti dopo, la signora abbandona soddisfatta la reception manco avesse ottenuto il controllo dell’Alsazia, e ovviamente lasciando la porta aperta. Modo suo per contribuire alla riduzione del riscaldamento globale, visto che la reception è climatizzata. “Madonna, quanto sono complicati i tedeschi”, commenta il mio collega. Cosa voleva? chiedo. “Sapere a che ora deve abbandonare la stanza”. Zehn uhr, KRISHTO, zehn uhr… lo sapevo!!!

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