Covid-19, un dono (letale) dal cielo a un’umanità persa

Un dono dal cielo. Un segno divino, della provvidenza, di qualcosa di più grande. E’ sembrato un po’ così ‘sto coronavirus in un primo momento, quando ci ha fermati, bloccati in casa, interrompendo un’umanità persa, rassegnata, indaffarata, distratta, disumanizzata. Costringendoci tutti a guardarci dentro, a ragionare su cosa stiamo facendo e cosa per noi conta davvero.

Ha bloccato l’industria inquinante, dando ossigeno all’ambiente. Ha bloccato il traffico, dando aria alle città. Ci ha allontanati gli uni dagli altri, facendoci tornare la voglia di stare insieme. Ci ha fatto lavorare e studiare in nuove condizioni, facendoci vedere il nostro lavoro, la famiglia, la scuola, da un nuovo punto di vista. Ci ha dato tempo per leggere, per pensare, per ascoltare, anche per avere paura. Sì, spesso non abbiamo tempo neppure per avere paura. Ci ha lasciati in attesa, come quando stiamo lì ad aspettare che la doppia spunta diventi azzurra. Ci ha fatto vedere quanto siamo fragili, impreparati, spiritualmente e tecnologicamente, piccoli davanti a un virus che non arriva al micrometro. Ha fermato le guerre, le migrazioni, il crimine, il capitalismo rapace, l’inquinamento, ha stimolato la solidarietà, la concordia, il senso di comunità, anche internazionale. Ha messo l’ipoteca sulle grandi potenze, le loro intenzioni pericolose. Ha messo in crisi i regimi totalitari, ha irriso sovranisti e populisti con le loro proposte vuote di ogni logica umana. Insomma, il coronavirus sembrava veramente una lezione impartita da un essere superiore, per dirci: “Umani, guardatevi e dedicatevi alle cose veramente importanti”.

Sembrava, ma è una gran illusione ottica. Il fatto è che le cose umane, il funzionamento, il ritmo, i modi della nostra società, sono talmente perversi e malvagi, ingiusti e sbagliati, che qualsiasi cosa che li faccia fermare -anche per pochi istanti- pare una manna dal cielo. Anche se è in realtà una bomba atomica, un meteorite killer o un virus capace di sterminarci. E’ quel sollievo provato quando cessa un dolore, un sollievo vero, reale, anche quando sappiamo che ciò che l’ha fatto cessare ce ne provocherà uno più intenso. Quell’istante di tregua è tutto per noi, vorremmo solo quello: non soffrire. Un desiderio che riassume la nostra impotenza animale.

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