A un secolo dalla follia. No, non ci casco!

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E bravi voi, ve ne state sepolti e ammucchiati lì nelle vostre fosse, negli ossari e nelle trincee ancora da riscoprire. Veramente bravi, bel esempio di sacrificio per la Patria.

Fessi, ecco cosa siete e cosa eravate! Fessi!!! Miseri, siete andati a morire come caproni, ma per chi? per cosa? Non lo sapevate, ma ci siete andati. Per il Re e la Patria, ecco, per la Bandiera e l’Onore dei generali che così si potevano bullare con i colleghi dell’altra trincea.

Fessi allora, e quindi ora vi meritate tutti questi onori offertivi da questi babbei con i pennacchi, dalle marionette dei picchetti, dai doppi petti scortati in macchine blu. Sì, proprio questi vampiri, eredi di quelli che vi hanno mandato al macello. Al quale siete andati malvolentieri, ma ci siete andati senza ribellarvi. Continua a leggere “A un secolo dalla follia. No, non ci casco!”

Teste tra le nuvole

 

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– Con permesso.
– Buon giorno…
– Oh, buon giorno. Ecco, finalmente: l’esplosivo richiesto, i fucili, qua ci sono i passaporti falsi… li appoggio qua.
– Ma cosa…? Mi scusi, con chi abbiamo il piacere?
– Oh, scusatemi se non mi sono presentato. Io sono Johnatan Faisal al-Ramadi Scott.
– E’ un piacere. In che modo possiamo esserle utile?
– Beh, perdonatemi: non è questa l’ISIS?
– No signore. Questa è l’ISS, la Stazione Spaziale Internazionale.
– Perbacco! Deve esserci stato un errore. Oh, che disdetta!
– Direi proprio di sì.
– Ahahaha, perdonatemi! Sa, con tutti quei controlli di sicurezza all’aeroporto, devo essermi imbarcato su un volo sbagliato… che sbadato! Ohohoho! Niente, allora torno giù. Vogliate accettare le mie più umili scuse.
– Ma si figuri, buon giorno.
– Chiedo ancora scusa. Buon giorno.
– Ah, cortesemente. Quando sarà uscito, si assicuri per favore di chiudere bene la porta. Sa, alcuni di noi hanno paura del vuoto.
– Senz’altro, sarà mia cura. Arrivederci.

– Oh santa pazienza, questi terroristi di oggi… dove hanno la testa!?

Romanzo italiano

Romanzo italiano

Non ho voglia di cucinarmi la cena, decido quindi di andare a prendermi una pizza per asporto, prima che inizi a piovere.

Lungo la strada incrocio una macchina della Finanza parcheggiata, con al volante un agente che guarda nel vuoto. Boh, starà pensando.

Entro nella pizzeria, e dentro vi trovo l’altro… un finanziere panzone, sui 40, in uniforme ma senza cappello. Evidentemente non era lì per lavoro, ma per prendersi la cena. Le mani in tasca gli hanno tirato su la giacca, e si vedeva la camicia fuori dai pantaloni. Camminava piano osservando con sospetto me e un altro tipo che era venuto a prendere una pizza. Poi passava dietro al balcone, entrava in cucina, come fosse a casa sua, ficcando il naso nel lavoro del personale. Sempre con le mani in tasca.

La mia pizza fu appena infornata, quando l’ordine del finanziere fu completato. Niente scontrino, solo il sacchetto con il cibo al finanziere. Niente soldi, solo un grazie al pizzaiolo che inoltre gli ha detto “Prenda anche qualcosa da bere” prima che il fenomeno uscisse. Tra larghi sorrisi, grazie e arrivederci, il tipo ha agguantato due lattine dal frigo ed è uscito, raggiungendo il collega in auto.

Di simili abusi di, pardon, favori a forze dell’ordine avevo solo sentito parlare. Ora l’ho visto con i miei occhi. Gli occhi bassi del pizzaiolo, di solito radioso e sorridente, i larghi sorrisi e la baldanza del finanziere.

Ecco la mia pizza. Pago. Niente scontrino.

Me l’hanno sempre fatto prima d’ora in questa pizzeria. Ma io non glie lo chiedo. Non voglio rompergli le palle ora, perché la pizza è sempre generosa e lui è sempre gentile. E poi reclamo il mio posto in questa ridicola Italietta. Leggo nervosismo nell’espressione del pizzaiolo mentre saluto ed esco.

Ho sbagliato a non chiedergli lo scontrino? penso. No, un finanziere panzone gli ha appena saccheggiato il negozio, è giusto che si rifaccia. Poi ci ripenso ancora, a tutta la situazione, all’onestà, al bene comune, a chi controlla il controllore. Ma la conclusione è la stessa: “No, rubare ai ladri non è sbagliato”.

International Airport

Istanbul è veramente un aeroporto internazionale. A cavallo tra Europa e Asia, ogni giorno è una casa momentanea per migliaia e migliaia di persone di ogni tipo, origine e cultura. E qui convivono tutti in pace.

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La tolleranza in un aeroporto internazionale di questo tipo è una modalità di pensiero che ti viene spontanea. Improvvisamente migliaia di persone si trovano a camminare, mangiare insieme, seduti spalla a spalla, girare curiosi nei duty free. La cortesia è parente della discrezione, la gestualità pubblica ridotta al minimo. Tutti sono qui per lo stesso motivo, e una stessa casa ci accoglie e ci unisce solo grazie a questo hic et nunc, mentre la mente di ciascuno rimane fluttuante su una sua particolare direttrice provenienza-destinazione. Eppure tutta questa gente, così diversa, sembra semplicemente gente comune… gente del non-luogo. E io mi sento uno di loro, per nulla speciale o particolare. Questo si pensa quando hai 6 ore di attesa tra un volo e l’altro, e rimani in ostaggio del transito, costretto a uccidere il tempo (o essere ucciso) guardando i fortunati che continuano verso la propria meta.

Libertà! Ad ogni costo!

Come si sentirebbe un paese, come l’Italia o gli Usa, se un esercito molto più potente invadesse il suo territorio? Se ogni istituzione che delinea le regole del vivere comune, come sempre accade nelle guerre, crollasse improvvisamente. Cosa farebbe la gente? E l’esercito? La risposta la tenta un video gioco appena uscito.

Un richiamo al patriottismo Usa, un esercizio mentale di “resistenza” all’occupatore, un stimolo emotivo a “essere pronti al peggio”. Ma quello che emerge lateralmente, ma con forza, è che le situazioni nel gioco sono esattamente le stesse usate da Hamas, Olp, Hezbollah, Talebani, insurgents afghani e iracheni, Vietnamiti, perché no?, dai signori della guerra somali, sudanesi o libici.

Tutti loro hanno (avuto) la guerra in casa con l’intervento di un esercito mille volte più potente (e mille volte meno motivato). Hanno fatto o fanno esattamente ciò che ora gli “americani virtuali” sono chiamati a fare nel gioco, sotto la parola d’ordine “Per la libertà si fa tutto!”. Ma fuori dal gioco, la realtà è diametralmente opposta. Per ora.

Il pesce gatto l’ha fatta grossa

Secondo una legenda giapponese, il terremoto è causato dallo scuotersi di un enorme pesce gatto (namazu).

Dai tempi della dinastia Edo il pesce gatto è diventato simbolo di terremoti particolarmente forti, tanto che oggi le istruzioni e i segnali di rifugi in caso di terremoto spesso sono segnati con il pesce baffuto. Rappresentarlo poi stecchito, a furia di botte o con una “pietra della fortuna”, diventa un amuleto contro il disastro e simbolo della reazione della gente.

Uno dirà (anche vedendo come sono composti ora, in piena catastrofe) che i giapponesi sono veramente fuori. Sarà, ma sin da piccolo mi stanno molto simpatici.