Il nostro social-presente iconico che ci maschera

Mostriamo, ostentiamo invece di raccontare. E’ l’abitudine — temporanea come tutte le mode — che ci stiamo costruendo con i social network.

Prendo come esempio Facebook, Instagram e Twitter, come i più rappresentativi delle rispettive categorie. Le foto e i post che pubblichiamo mostrano: quanto siamo felici, belli, intelligenti, quanto ci divertiamo, quanti simpatici amici abbiamo, quanto è BELLO ciò che stiamo mangiando, fino a infilare sequenze di vere e proprie immagini-icona (accendino, orologio, lampione, finestra, tramonto, ecc…). Il modo in cui lo raccontiamo è quasi sempre preso dalla pubblicità: ci siamo formati lo sguardo sul mondo così!

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Esempio: food e fashion blogger stanno emulando le pagine delle riviste patinate; una ragazza che si fotografa in mutande, coperta con un enorme maglione di lana, seduta accovacciata sugli elementi di una cucina, mentre legge un libro con in mano una tazza… cosa sta citando? Il catalogo dell’IKEA.

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“Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia”… c’è del vero

Lo diceva mio nonno! E io fresco di liceo scientifico concludevo come le credenze popolari fossero semplicemente sbagliate. Il giorno più corto è il 22 dicembre!

Eppure il nonno non ha sbagliato del tutto. Il 13 dicembre (Santa Lucia) il sole tramonta prima degli altri giorni (alle 16.22 dalle mie parti). Già domani il tramonto tarderà di un minuto rispetto a oggi; giovedì ancora un minuto più in là.

Però c’è un però! Il Sole continua a sorgere sempre più tardi (un minuto al giorno circa) fino al 1 gennaio, e dal 4 ricomincia ad albeggiare in anticipo. Ma dal 22 dicembre i minuti di luce guadagnati al tramonto superano quelli persi all’alba, quindi il 22 è effettivamente il giorno più breve.

Salvo il nonno, salva la scienza. Evviva!!!

[UX] WebDesign, secondo un unico utente

[UX] WebDesign, secondo un unico utente

Cari Web designer,
vi prego di tenere conto di queste mie considerazioni sui siti web.

1. Avere menu e linguette pop-up che si aprono solamente perché ci passo con il mouse sopra è estremamente fastidioso. Mi trovo spesso a non sapere dove posizionare la freccia per leggere in pace un post: si apre sempre qualcosa! Se ho un mouse, probabilmente ho anche un pulsante: lasciatemi cliccare, faccio io, se voglio aprire qualcosa!

2. I video che partono in automatico quando vengono “inquadrati” dalla schermata sono molto fastidiosi. Se poi parte pure con l’audio, è un crimine. Se uno ha anche più tab del browser aperte, è un crimine contro l’umanità!!! Quando vorrò vedere il vostro inutile video, ci cliccherò io, ok?

3. I siti web che usano immagini e sfondi che slittano e si scompongono quando si naviga nella pagina sono belli, per i primi 13 secondi. Dopo rompono le palle, friggono il cervello e fanno uscire il sangue dal naso. Ok il design e la bravura del programmatore, ma state facendo i siti per gli occhi delle persone o per le dita sui tablet???

4. Un sito che, all’apertura, mi spara un pop-up con l’invito a “likeare” la pagina Facebook, lo posso tollerare. Al secondo pop-up che mi chiede non so che cazzo, già mi passa la voglia di leggere il post che cercavo e chiudo la tab del browser nel 50% dei casi. Al terzo pop-up, il sito viene segnalato per spam, inserito nella black-list del firewall, il computer disconnesso dalla rete, bruciato e le sue ceneri seppellite in località ignota!!!

5. Capita che uno finisca su un sito perché vuole leggere un post/articolo. Trovarlo!!! Chiedo che almeno 2/3 della larghezza della pagina web siano riservati esclusivamente al post/articolo. Mi capita sempre più spesso di essere costretto a LEGGERE i contenuti dalla finestra per la STAMPA. Tutti quei meta-contenuti laterali vengano ridimensionati, per facilitare il focus sul post/articolo! Un po’ più di spazi vuoti fa bene all’anima!

6. Le infografiche sono belle e tutto quanto, ma sul web hanno meno effetto che sulla carta stampata: si finisce a guardare le figure invece che i dati. Che ne dite di un caro vecchio grafico, ogni tanto almeno?

7. Un sito che in ogni centimetro quadrato mi dice “Guarda questo”, “Apri quello”, “Vedi quell’altro”, “Clicca qui”, “Partecipa anche tu”, “Seguici su”, ecc… è un collettore fognario di click. Non credo vi troverò dei contenuti di una qualche utilità, e potrò ignorarlo in futuro.

Per ora questo. Grazie dell’attenzione.

Il grave errore di Wikipedia-IT

Conoscenza libera e gratuita per tutti!
Questo è uno dei principi di Wikipedia, prima enciclopedia al Mondo, che da anni fa un grande lavoro per l’umanità, con il contributo volontario della comunità di naviganti e donatori. Fino a oggi tutti pensavamo che fosse un principio fondante. Poi Wikipedia-IT ha deciso di mostrare i muscoli contro il “decreto intercettazioni”, e ha chiuso l’accesso all’enciclopedia in italiano agli utenti.

Cos’ha fatto sapere Wkipedia-IT ai suoi utenti:
1. che l’accessibilità ai contenuti può essere arbitrariamente negata da parte dei gestori dell’enciclopedia (una cerchia non meglio definita di superutenti), quindi che la “libertà” esiste finché lo permettono loro… pura prepotenza e abuso del contributo collettivo;
2. che aderiscono ingenuamente a campagne mediatiche (in questo caso promosse da Repubblica) senza capire cosa stanno facendo (pubblicità a Repubblica) e di cosa stanno parlando (un ddl, all’inizio del suo iter);
3. che Wikipedia sta per chiudere… è quello che ha capito il 90% degli utenti che si è trovato la pagina con le spiegazioni della “serrata”;
4. che il libero accesso alla conoscenza è una arma di ricatto – verso chi? – verso i cittadini cui è destinata la conoscenza, perché si indignino, ora contro il ddl, domani contro chissà cosa: è la politica, bellezza!;
5. che di “serrate” simili ce ne saranno altre, perché non mi pare che il legislatore sia immune da iniziative legislative patetiche o imbarazzanti come il “ddl intercettazioni”.

Cosa NON ha fatto sapere Wkipedia-IT ai suoi utenti:
1. cos’è e come funziona  un ddl;
2. come funziona l’iter parlamentare di un ddl, una legge, ecc;
3. che il ddl non è approvato, ma è in discussione;
4. perché è matematico che un tale provvedimento non possa vedere luce;
5. che rientra nelle prerogative democratiche dei parlamentari e dei ministeri proporre, discutere, approvare, e che poi ci son istituzioni che controllano, correggono, bocciano i provvedimenti.

E’ molto triste vedere come anche un sito che fa della conoscenza il suo motivo di esistenza poi, per colpa di alcuni rozzi che come pappagalli blaterano di sciopero manco fossero minatori, finisca per alimentare e sfruttare l’ignoranza delle persone.

Libertà! Ad ogni costo!

Come si sentirebbe un paese, come l’Italia o gli Usa, se un esercito molto più potente invadesse il suo territorio? Se ogni istituzione che delinea le regole del vivere comune, come sempre accade nelle guerre, crollasse improvvisamente. Cosa farebbe la gente? E l’esercito? La risposta la tenta un video gioco appena uscito.

Un richiamo al patriottismo Usa, un esercizio mentale di “resistenza” all’occupatore, un stimolo emotivo a “essere pronti al peggio”. Ma quello che emerge lateralmente, ma con forza, è che le situazioni nel gioco sono esattamente le stesse usate da Hamas, Olp, Hezbollah, Talebani, insurgents afghani e iracheni, Vietnamiti, perché no?, dai signori della guerra somali, sudanesi o libici.

Tutti loro hanno (avuto) la guerra in casa con l’intervento di un esercito mille volte più potente (e mille volte meno motivato). Hanno fatto o fanno esattamente ciò che ora gli “americani virtuali” sono chiamati a fare nel gioco, sotto la parola d’ordine “Per la libertà si fa tutto!”. Ma fuori dal gioco, la realtà è diametralmente opposta. Per ora.

Crimini di guerra elettronica

Molti tra noi utenti di WordPress.com l’altro ieri si saranno accorti che i nostri blog facevano fatica a aggiornarsi o pubblicare gli articoli. Eravamo infatti diventati “e-vittime civili”, o “danni collaterali”, di una serie di cyber-attacchi scatenati dall’oramai famigerato gruppo hacker Anonymous (che forse neppure esiste) contro siti governativi americani e sudcoreani, una 40-ina ospitati su WordPress.com. Contemporaneamente qualcuno ha lanciato un attaccato ai siti di Finmeccanica, Eni e Unicredit accusati di aver supportato il regime di Gheddafi.

In tutto sto marasma, condotto con una enorme bot-net (rete di computer manovrati in remoto), come fosse una flotta di aerei-droni in Iraq, sono stati bloccati milioni di siti e blog pacifici e “non belligeranti”, di gente comune e aziende, ospitati gratuitamente su WordPress.com, piattaforma nota per la promozione della libertà di espressione in Rete.

Così come sono sicuro che la democrazia non si può esportare con le bombe, credo altrettanto che la e-democracy non si aiuta con i cyber-bombardamenti a tappeto, che per una manciata di siti stronzi ne spianano un milione di tranquilli. Gli Anonymous (ammesso che sia tutta opera loro) si sono assunti, tra l’altro, il ruolo di vendicare Wikileaks e Assange, scaricati su “consiglio” Usa da banche, siti finanziari e siti di hosting. Una guerra per la libertà di informazione. Ok, ma almeno prendete bene la mira!

Internet vs/& TV

Internet è un medium importante. Grazie a strumenti come Facebook, Twiter e Youtube ha raggiunto un potere mobilitante dell’opinione pubblica straordinario. Sempre più manifestazioni sono convocate tramite questi siti, tanto che spesso il potere cerca di bloccare l’accesso a Internet o filtrarne il contenuto, nel (vano?) tentativo di bloccare la mobilitazione dentro e fuori il paese. Cina, Iran, Bielorussia e Cuba sono esempi dove il blocco della Rete è efficace: l’infrastruttura è governativa.

Egitto, Palestina, Libia e Russia sono esempi che mostrano come il blocco non sia (stato) efficace, perché i governi non hanno il controllo diretto degli operatori. E quando milioni di gocce si mettono in testa di piovere, prima o poi ti bagni, l’acqua passa.

Tuttavia, quando le cose si fanno dure, a farla da protagonista è sempre lei: la televisione. Anche negli ultimi eventi nordafricani, la vera svolta è iniziata quanto del troupe televisive di Al Jazeera, Bbc, ecc. hanno cominciato a trasmettere gli eventi di piazza, magari ritrasmettendo i contenuti web, dando in un certo senso credibilità giornalistica agli stessi.

Ricapitolando. Per i governi cattivi e corrotti è praticamente impossibile controllare la generazione del dissenso sul web, ma sì la sua trasmissione sulla Rete. E’ invece possibile controllare la troupe televisive (origine dell’informazione), non invece la sua trasmissione (una volta in etere, bye-bye!).

Siccome tutti vogliamo libertà di espressione e democrazia, abbiamo quindi bisogno di due cose. Primo, foto e videocamere portatili capaci di sparare direttamente sul satellite, messo a disposizione dai grandi network televisivi mondiali, che così si assicurano materiale di prima mano. Secondo, internet senza fili a lunga distanza, ovvero una rete DNS/Router che non abbia bisogno di cavo, ma che con alcune paraboliche ben orientate sia capace, per esempio, di superare il canale di Sicilia, il mare Adriatico, o lo stretto di Hormuz.

Messaggi in codice

a) Aldo dice 26 per 1;
b) Giacomone bacia Maometto;
c) Prendi i Bakugan con le gambe;
d) Felice non è felice.

Quale dei quattro messaggi contiene gli “ordini” di Matteo, mio nipote di 6 anni (oggi)?
E quando avrà un computer per le mani, quali sistemi di crittografia sarà capace di inventare o forzare, se già adesso con qualche parola mi mette in crisi.

iPost-*

È l’era della mobilità e del post-Pc, post-Laptop, post-Desktop, post-Privacy, post-Property. Insomma quello che ci vine proposto in questo momento è di usare dei dispositivi ultraportatili, pagare i contenuti, affidarsi al cloud-computing, ovvero far girare le applicazioni in remoto non più come proprietari che le acquistano, ma come semplici fruitori di servizio. Lo stesso post-Computer, di cui l’iPad è l’esemplare più noto, in realtà è solo un modo stiloso per vendere altri servizi. Ci propone di essere sempre connessi, ma a patto di pagare una particolare connessione, di leggere gli e-book, guardare filmati o ascoltare musica a patto di comprarli on-line, essere creativi e geniali scaricando le apps (programmi) che fanno cose creative e geniali. Se vogliamo espandere (attaccarci dispositivi USB!), migliorare il dispositivo o utilizzarlo in maniera non “convenzionale”, non si può.

Per quanto mi riguarda, ho preceduto la mobilità dell’iPad di almeno sei mesi con una macchina del dicembre 2008. Dovendo spesso scrivere pezzi sul campo, porto sempre con me un eeePc 901. Sopra ci gira Linux e tutto il mio ufficio è open-source. Vado on-line quando serve grazie a una chiavetta-internet (in assenza di wi-fi o cavo ethernet), mi attacco alle reti aziendali all’occorrenza. Skype, webcam e microfono sempre a disposizione. Non mancano prese USB e la scheda SD (per backup o per lavorare subito sugli scatti della macchina fotografica). I dischi allo stato solido permettono lo sbattacchiamento costante e una durata della batteria che copre l’intera giornata lavorativa (e spesso 2 o 3, visto che non ho mai bisogno del computer per 8 ore di fila). Del resto è un computer completo (di tastiera!!!) che pesa 1kg e mi è costato 180 euro usato.

Il mio è però un caso da pecora nera. Pur essendo il miglior netbook mai fatto, il 901 è stato bocciato dalla Asus (Linux non è stato apprezzato dagli acquirenti, e gli ssd erano troppo costosi al produttore). Così non ha avuto eredi: gli alti eeePc sono senza innovazione (WindowsXP, dischi normali, batterie da 3 ore di durata). Eppure di 901 con Linux non se ne trovano di seconda mano e quelli con Windows sono rari (il mio era uno di questi), il che vuol dire che chi ce l’ha se lo tiene ben volentieri. Tuttavia, il mercato si basa sui numeri delle vendite, poco importa se si compra per errore o se si è soddisfatti.

Insomma, per fare un’analogia televisiva, è la differenza tra indice d’ascolto e indice di gradimento. La Apple ci vive su questa confusione, parla di gradimento degli utenti e vende computer limitati a “melomani” compulsivi, per poi aggiornarli con la dotazione standard (prese usb, webcam, magari Flash un domani) e riproporli facendoli passare per miglioramenti rivoluzionari. Tutto è lecito, per carità, purché si sia consci che una cosa è comprare “l’Era della mobilità in touch-screen”, un’altra è comprare un computer che serve alle esigenze. I primi sono sogni e fanno quello che fanno i sogni; i secondi sono strumenti e fanno tutto il resto.