ABC del giornalismo

Il giorno prima di Parigi, 41 persone sono state uccise a Beirut (Libano) in un doppio attentato dell’ISIS contro un quartiere sciita. Oltre 200 i feriti… tutti civili, abitanti del quartiere.

Ne è stata data notizia anche da noi, ma non c’abbiamo fatto molto caso. Io per primo…
Come giornalista lo posso capire, ho chiare le “leggi della notiziabilità” che governano il valore e il successo di una notizia. Come cittadino non lo capisco, e non voglio accettare che esistano umani di categoria A (occidentali), B (Est Europa), C (Asia), D (Africa), …Z (rom).

Non è per criticare qualcuno e contrapporre i morti “loro” ai “nostri”. E’ che questa cosa dentro non vuole rimanere. Le vittime innocenti le considero sempre dei “nostri”, stanno dallo stesso lato della bilancia. Dall’altra parte c’è chi uccide persone innocenti (e non combattenti), che considero sempre “terrorista” o per lo meno criminale.

I terroristi continuano a riproporci lo stesso schema omicida, e noi continuiamo a rispondere con lo stesso schema di divisione: A, B, C,…

Fino a quando come cittadini saremo vincolati a questo schema mentale, dubitando delle intenzioni di B, del diritto di vivere di C, dell’umanità di D… ogni “lotta al terrorismo” sarà solo tempo e risorse sprecate, e i terroristi continueranno a colpirci a Baghdad, Beirut, Nairobi, Parigi o New York.

Teste tra le nuvole

 

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– Con permesso.
– Buon giorno…
– Oh, buon giorno. Ecco, finalmente: l’esplosivo richiesto, i fucili, qua ci sono i passaporti falsi… li appoggio qua.
– Ma cosa…? Mi scusi, con chi abbiamo il piacere?
– Oh, scusatemi se non mi sono presentato. Io sono Johnatan Faisal al-Ramadi Scott.
– E’ un piacere. In che modo possiamo esserle utile?
– Beh, perdonatemi: non è questa l’ISIS?
– No signore. Questa è l’ISS, la Stazione Spaziale Internazionale.
– Perbacco! Deve esserci stato un errore. Oh, che disdetta!
– Direi proprio di sì.
– Ahahaha, perdonatemi! Sa, con tutti quei controlli di sicurezza all’aeroporto, devo essermi imbarcato su un volo sbagliato… che sbadato! Ohohoho! Niente, allora torno giù. Vogliate accettare le mie più umili scuse.
– Ma si figuri, buon giorno.
– Chiedo ancora scusa. Buon giorno.
– Ah, cortesemente. Quando sarà uscito, si assicuri per favore di chiudere bene la porta. Sa, alcuni di noi hanno paura del vuoto.
– Senz’altro, sarà mia cura. Arrivederci.

– Oh santa pazienza, questi terroristi di oggi… dove hanno la testa!?

Kobane, “sacrificio” strategico voluto da Ankara, ma che favorisce l’ISIS

Kobane, “sacrificio” strategico voluto da Ankara, ma che favorisce l’ISIS

La città siriana a maggioranza curda Kobane (Ayn al-Arab) sta per cadere. E nessuno fa nulla per aiutare. Non la Turchia, che è più o meno chiara nelle sue intenzioni (meglio confinare con l’ISIS piuttosto che con il PKK), ma proprio nessuno.

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A differenza dei casi del monte Sinjar e della città di Amreli (in Iraq), Kobane non ha ricevuto rinforzi dall’Kurdistan Iracheno (dove neppure si scaldano granché), né da altre parti del Rojava (Kurdistan siriano). Effettivamente è una enclave che non può essere raggiunta via terra, se non passando dalla Turchia, che non lo permette. Vieta persino ai curdi siriani di ritornare a dare una mano alla difesa della città. Solo da Aleppo sono arrivati aiuti: un’unità mista YPG-FSA.

E mentre Ankara osserva dai carri armati schierati la caduta della città, e reprime le proteste della popolazione curda, neppure la coalizione internazionale anti-ISIS fa molto. Una decina di missioni di bombardamento, e basta. Da un mese il mondo si è mobilitato per riarmare i curdi e l’esercito governativo in Iraq. Ma nulla è arrivato a Kobane, nessun ponte aereo, nessun lancio di rifornimenti. Lo YPG (ramo siriano del PKK) è lasciato a se stesso, a combattere con armi leggere contro l’artiglieria e i carri armati dell’ISIS.

Un favore ad Ankara, evidentemente, specie dopo che il segretario NATO Stoltenberg, sollecitato ad aiutare i curdi di Kobane, ha invece voluto rassicurare la Turchia sul supporto indiscusso da parte di tutti i membri dell’alleanza. Per la NATO aiutare lo YPG non è un’opzione (poiché il PKK è considerato organizzazione terroristica anche da Usa e Ue), anche se si sono dimostrati affidabili ed efficaci per fermare l’avanzata dell’ISIS in Iraq.

Lasciare cadere Kobane – città simbolo, quasi del tutto svuotata dalla popolazione civile – è una mossa doppiamente folle. Da una parte rende insicuro un tratto di confine più lungo tra Siria e Turchia, aprendo al travaso dei terroristi dell’ISIS verso quest’ultima, da usare anche come rotta verso (e non solo da) l’Europa. Dall’altra parte azzera gli accordi di pace tra Ankara e PKK, e riaccende un conflitto armato interno durato 30 anni, la cui fine è stata proclamata appena l’anno scorso.

Risultato probabile: invece di avere i curdi tranquilli e combattere l’ISIS all’estero, la Turchia si troverà a combattere in casa sia il terrorismo dell’ISIS, sia la guerriglia curda. E qui i “Patriot” della NATO non serviranno a un bel nulla.